Cryptokitties: a cosa servono i gatti virtuali che hanno invaso la Rete

È il gioco del momento. In poche settimane sono state scambiate criptovalute per un valore di nove milioni di dollari

Bitcoin o blockchain poco importa, la cosa fondamentale è giocare, comprare e rivendere, possibilmente speculando. E in questo caso i gatti funzionano, soprattutto quelli virtuali. Parliamo di CryptoKitties, il gioco che in poche settimane ha creato uno scambio di moneta fittizia con un controvalore di poco inferiore ai nove milioni di dollari veri. Che proprio come quelli veri hanno un prezzo a seconda della razza: più sono rari e più costano, più sono facili da trovare e più il prezzo è abbordabile.

CryptoKitties, come funziona

Si passa così dai 25-30 dollari per un felino comune, ai 114.000 di quello che è stato pagato di più, una vera rarità. La scopo del gioco è quello di vendere e comprare gatti virtuali, farli accoppiare per poi immetterli sul mercato e dare vita a nuovi scambi. Ogni felino digitale possiede una serie di caratteristiche che può passare alle nuove generazioni. Alcune sono più ricercate di altre e il sito Cryptokittydex aiuta a identificare quelle più rare e illustra come ottenerle. Prima, però, bisogna registrarsi sulla piattaforma di CryptoKitties e acquistare moneta virtuale, gli ether, necessari per cominciare a giocare acquistando i primi micetti.

Gatti virtuali

Si entra così in un mondo dove lo scambio, proprio come in una vera e propria Borsa, genera profitti o perdite. E gli ultimi arrivati, i meno smaliziati, solitamente pagano un dazio molto alto e lasciano sul mercato una grossa somma di denaro. Il game è piaciuto talmente tanto che, a tratti, la stessa piattaforma ha faticato ad assecondare gli scambi e a certificare le transazioni in corso. Un imprevisto che, a giudicare dai risultati, non ha fermato gli amanti dei gattini digitali, che fanno meno coccole di quelli veri ma possono valere molto di più. La domanda, qui, sorge spontanea: i felini virtuali sostituiranno quelli in carne e ossa? Speriamo proprio di no…

Photo Credits Facebook

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